Recensione: Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka

Ciao a tutti! Oggi parliamo di un libro forte, toccante che racconta verità tenute nascoste per molto tempo. Ho deciso di leggere questo libro dopo aver letto la recensione di Luna del blog Viaggioperviandantipazienti, una mia vicina di blog che attraverso le sue parole, sempre molto pulite, ordinate, discrete ma splendidamente poetiche, ha saputo incuriosirmi, portandomi ad acquistare e leggere questo libro.


Titolo : Venivamo tutte per mare

Autrice :  Julie Otsuka

Casa editrice : Bollati Boringhieri

Titolo originale: The Buddha in the Attic

Traduttore : Silvia Pareschi

Pagine :  142

Prezzo : 13.00 €

(su Amazon : 11.05 €)

La trama

“Da anni” ha dichiarato Julie Otsuka, “volevo raccontare la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi – le cosiddette “spose in fotografia” che giunsero in America all’inizio del Novecento. Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte. Capii che non mi occorreva una protagonista. Avrei raccontato la storia dal punto di vita di un “noi” corale, di un intero gruppo di giovani spose”. Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l’oceano.

La mia recensione

Sono sempre stata affascinata dalla cultura giapponese ma devo dire che, per me, lo studio di questo Paese e delle sue tradizioni non finisce mai. Spesso attraverso la lettura di romanzi come questo, si scoprono verità mai raccontate dai testi “istituzionali” ma che devono necessariamente emergere, in quanto fanno parte di un passato che è realmente accaduto. Julie Otsuka, scrittrice statunitense con origini giapponesi, racconta del viaggio intrapreso da migliaia di giovani donne giapponesi partite con la speranza di trovare in America una vita migliore, andando in spose dei loro connazionali immigrati nel nuovo Continente. L’ “io narrante” in questo caso è un “noi”. Tutto il romanzo, infatti, è raccontato al plurale: è una voce corale, soffocata, disperata, di tutte queste donne in cerca di felicità. Purtroppo il loro sogno americano svanirà troppo presto. Dopo il lungo viaggio stipate nelle stive delle navi, giungeranno in America dove troveranno un mondo completamente differente rispetto a quello immaginato. Subito il loro cuore pieno di speranze cambierà umore, lasciando spazio alla paura dell’ignoto. Questo per loro è un mondo sconosciuto, con usi e costumi diversi, una lingua diversa, una mentalità diversa. Le foto tenute strette durante il lungo viaggio, di quei mariti sconosciuti, iniziano a sbiadirsi. L’arrivo sarà devastante: conosceranno la violenza, fisica e psicologica, il duro lavoro da schiave, la guerra e la sensazione di essere come degli alieni, dei nemici per queste persone così diverse da loro. Le storie e le voci di queste donne si intrecciano. I loro racconti sono crudi, reali: ciascuna di loro racconta il rapporto con il marito e con le altre persone; il difficile momento della maternità, vissuta lontano dalle proprie famiglie e dagli affetti che avrebbero scaldato quel momento così intimo e profondo. Ogni singola voce è un grido: di rabbia, di rimpianto, di dolore, di speranza. Queste donne vivono nell’incertezza di un paese lontano ma cercano, nonostante tutto, di non scoraggiarsi mai e di darsi forza l’un l’altra.

Cover originale del libro

Ho trovato questo romanzo molto amaro, travagliato, denso di storie importanti e di esperienze di vita che rappresentano uno stralcio di storia poco conosciuto, ma che è nostro dovere far emergere.

Intricato e tutt’altro che semplice, questo romanzo ci porta in una dimensione nuova: il lettore è lì, in mezzo a questo gruppo di donne, catturato dai loro richiami e, frastornato, scuote la testa da entrambi i lati per capire questa volta da quale bocca provenga il lamento. L’autrice, attraverso la voce di queste giovani, con poche e semplici parole ci parla di razzismo, di ciò che è “diverso” da noi e dell’integrazione degli immigrati che faticano duramente per conquistarsi una piccola zolla di mondo dove potersi sentire al sicuro. Le voci di queste donne colpiscono il cuore e rimangono indelebili nella mente del lettore.

Si tratta di un romanzo particolare, da leggere con calma, senza fretta.

Lo stile di questa scrittrice mi ha incuriosito e certamente leggerò anche un altro suo romanzo: “Quando l’imperatore era un Dio“.

Vi terrò aggiornati!

© L’angolino di Ale – Riproduzione riservataAlessandra - L'angolino di Ale (black)

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22 pensieri su “Recensione: Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka

  1. Un romanzo davvero denso e “difficile” mi hai incuriosita davvero Ale, anche io sono una grande appassionata di cultura giapponese e come te amo scoprire tutto riguardo a questo popolo luci e ombre, limpido e opaco.
    Grazie per la segnalazione e buona domenica!
    Un abbraccio

  2. Non ho mai letto nulla di letteratura giapponeses, ma concordo con te nel fatto che Luna ci sa fare nelle recensioni. Grazie ad una sua recensione, tempo fa ho acquistato Il Mago di Oz…

  3. Ne avevo parlato anche io nel mio blog poco tempo fa ( http://goo.gl/RdN8HN )! È una lettura anche abbastanza difficile a parer mio perché certi fatti e situazioni son proprio difficili da digerire ma servono a renderci conto di come spesso l’uomo possa comportarsi in maniera totalmente assurda.. sicuramente un pezzo di storia giapponese che poco si conosce e che invece bisognerebbe assolutamente tenere da conto!

  4. Grazie per il passaggio da me, non ti conoscevo. Sono felice quando le mie – che non sono recensioni ma opinioni di lettura più che altro – sono utili. Un bacio tornerò volentieri, i libri uniscono ed è un gran bel filo quello che ci lega.

  5. Sono rimasta scottata dalla letteratura giapponese (io e Murakami non abbiamo un buon rapporto) ma forse proverò a leggere questo libro, sia mai che io cambi idea! 🙂

  6. Che la letteratura giapponese sia particolare nessuno lo mette in dubbio, gli esmpi non manco. Però devo ammettere che questo libro, definirlo un romanzo mi pare eccessivo, mi ha deluso. Frammentario e un po’ didascalico, privo di mordente, perché l’autrice è ormai un’americana integrata e pensare di scrivere qualcosa in stile nipponico mi è apparso come una follia.
    Devo convenire che a parte l’incipit iniziale, quello della traversata verso la terra promessa, decisamente accattivante, il resto mi è apparso piuttosto scadente.

    • In effetti queste mille voci che si alternano rendono la lettura per nulla semplice e sicuramente non è un libro che può piacere a tutti. Sono curiosa di sapere se quest’autrice, nonostante sia americana a tutti gli effetti, ha comunque saputo descrivere le sue origini intatte oppure no. Leggerò sicuramente “Quando l’imperatore era un Dio”. Ti farò sapere, grazie per il commento. A presto!

      • Aspetto la prossima recensione. Il libro, dire che è un romanzo mi sembra una follia, è troppo frammentario e non tutte le parti hanno vigore narrativo per stimolare la curiosità del lettore.
        Per me è stata una delusione dopo avere letto il primo capitolo, che ho trovato affascinante, poi è stato un crescendo ma verso il basso.

  7. Anche io ero rimasta colpita dalla recensione letta sul blog di Luna; questo romanzo sembra proporre circostanze di vita vissuta che sono molto attuali, è una lettura davvero amara e ho bisogno di trovarmi nel momento adatto alla lettura. Istintivamente, anche a me incuriosisce l’altro romanzo che hai citato e quello ce l’ho già in lista!

    • Ho letto da qualche parte che “Quando l’imperatore era un Dio” è considerato come il seguito ideale di “Venivamo tutte per mare”: racconta come quelle donne arrivate in nave dal Giappone si siano integrate all’interno della società americana. Da leggere!

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