Recensione: Orizzonte Giappone di Patrick Colgan

Buon sabato a tutti amici! Oggi riparto con le recensioni e lo faccio con un bel libro di viaggio “Orizzonte Giappone” di Patrick Colgan. Un ottimo spunto per tutti gli amanti dei viaggi e del Giappone. Buona lettura e buon fine settimana a tutti!

Orizzonte Giappone

Titolo  Orizzonte Giappone
Autore:  Patrick Colgan
Casa Editrice :  goWare
Pagine :   78

Prezzo :  su Amazon: 12.99 € cartaceo – 3.74€ eBook


La mia recensioneQuando si è un profondo conoscitore dell’argomento del quale si sta parlando, lo si percepisce immediatamente. Patrick Colgan, giornalista e blogger bolognese, è un vero intenditore di viaggi ed il suo libro “Orizzonte Giappone” ne è la prova. L’autore inizia con un’osservazione su alcuni aspetti tipici della cultura nipponica e lo fa in maniera pulita, essenziale, attraverso descrizioni pratiche ed efficaci. Patrick racconta il proprio approccio nei confronti di un Paese, da lui visitato sei volte, che continua a regalargli nuovi scorci ad ogni visita.

Hiroshima: il parco della Pace. Foto di Patrick Colgan (2011) dal blog “Orizzonti”

Il suo racconto di viaggio è preciso e puntuale, come l’esposizione chiara di un bravo reporter ma, al contrario di quest’ultimo, Patrick Colgan ci rende partecipi anche di un turbinio di emozioni che lo rapiscono trasportandolo laggiù in mezzo all’oceano Pacifico, dove un kimono, un giardino zen o un ramen perfetto hanno la capacità di destarlo dai propri pensieri quotidiani. L’osservazione dell’hanami (la fioritura dei ciliegi) a Kyoto può diventare un modo per mescolarsi tra la folla e perdersi in essa con gli occhi rivolti al cielo. Sfrecciare ad Hiroshima con il modernissimo Shinkansen (treno ad alta velocità)  può essere un occasione per frenare la fretta tipicamente occidentale e fermarsi a riflettere sulla provvisorietà della vita e sulla ferocia dell’uomo. Arrivare alle isole Okinawa significa spingersi ai confini del mondo e lasciarsi andare all’ascolto di ciò che ci circonda, lontani dal chiasso delle metropoli, anche se talvolta ciò significa fare i conti con sé stessi.

[…] è proprio la voglia di arrivare ai bordi delle cartine, di “smentire” e contemplare i brevi paragrafi dedicati nelle guide ai posti fuori dalle strade più battute. Sentirmi un punto nel nulla mi dà le vertigini. Non riesco a descrivere in altro modo quel brivido di emozione irragionevole, lo stesso che provavo da piccolo tirandomi la coperta sopra la testa ed immaginandomi in una tenda al Polo Sud. E viaggiando inseguo continuamente questo sogno di bambino.

Fermarsi laddove lo tsunami ha distrutto tutto non è solo un voler ricordare ma rappresenta la speranza di non dover mai più assistere ad una distruzione tale. Per fare ciò è necessario rendersi predisposti all’ascolto di tutto ciò che ci circonda: un uomo che parla una lingua diversa, un bosco, una strada scolorita, una casa abbandonata, il mare.

L’autore è desideroso di ritornare a casa con qualche fotografia in meno nella macchina fotografica ma con un bagaglio pieno: ricco di nozioni, domande, risposte, emozioni che, mescolandosi nel trolley con la biancheria sporca, possano davvero arricchire il “rullino” della nostra esistenza.

Scatto foto, moltissime, poi capisco che questo momento sta scivolando via, non è così che troverò l’immagine che sto inseguendo. Metto via la macchina e immergo gli occhi nel blu, cerco di rallentare il tempo, di trattenerlo, vorrei che questo viaggio non finisse.

Al di là degli itinerari intrapresi dall’autore e dalle belle fotografie che corredano il libro, ciò che mi ha maggiormente colpita di questa lettura è sicuramente quello slancio positivo che il lettore percepisce tra le righe. Patrick si spinge (e ci spinge) volutamente oltre i confini standardizzati, al di là di quello che può sembrare l’orizzonte come punto di arrivo. L’autore, da buon viaggiatore e conoscitore del mondo (ed in particolare di questa parte del mondo), sa bene che, se si desidera davvero afferrare l’essenza di un popolo e di una nazione, spingersi oltre le canoniche “frontiere” è necessario. Tale “esercizio” è utile non solo al turista per “fotografare” realmente un lato poco conosciuto del Paese nel quale è ospite, ma è utile anche e soprattutto per colui che di quel viaggio vuole farne un tassello della propria esistenza, un mattoncino della propria anima. L’autore ci induce a non credere agli stereotipi sul popolo giapponese e ad abbandonare il giudizio; ciò significa riuscire a trovare nel viaggio quella consapevolezza di sé che solo la vera percezione del mondo e del “diverso” possono suscitare.

Come afferma Patrick Colgan anche all’interno del suo blog: “un viaggio in Giappone è un’iniziazione che non ha mai fine“. Per quanto si possa frequentare un determinato luogo, è sempre bello potersi stupire di un nuovo aspetto fino ad allora nascosto ai nostri occhi.

Per chi volesse approfondire ulteriormente l’argomento o per chi ha in programma un viaggio verso il Sol Levante, vi consiglio di visitare il blog di Patrick Colgan: Orizzonti. Troverete moltissimi itinerari, consigli utili e bellissime immagini scattate direttamente dall’autore durante i suoi viaggi (in Giappone e non solo).

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Recensione: La scoperta dell’Irlanda di bar in bar di Pete McCarthy

Ciao a tutti! Oggi vi porto in Irlanda con un romanzo divertente consigliatomi dalla mia amica e collega Patrizia (grazie Patty! …me ne ricorderò il 17 marzo, Saint Patrick’s day 🙂 ) la quale, oltre a consigliarmi questa lettura, mi ha portato una copia del romanzo prendendola in prestito dalla biblioteca. Quindi, oltre ad aver appurato l’efficienza delle biblioteche milanesi, ho riscoperto il piacere di tenere tra le mani un libro della biblioteca: usurato, stropicciato, sottolineato, vissuto. In una parola (che va di moda): “vintage”! Buona lettura!

La scoperta dell'Irlanda di bar in bar di Pete McCarthy

Titolo: La scoperta dell’Irlanda di bar in bar

Autore: Pete McCarthy

Traduzione di Sonia Pendola

Casa Editrice: Guanda Editore

Pagine: 346  –  Prezzo:  16,50€ cartaceo

La tramaPer la stessa ragione per cui gli inglesi all’estero sono doppiamente benvenuti una volta che la gente realizza che non sono tedeschi, così gli irlandesi sono benvenuti per non essere inglesi. Così recita una delle massime di Pete McCarthy, nato in Inghilterra da madre irlandese. Ed è proprio nel paese di origine di sua madre, l’Irlanda, che McCarthy ritorna, viaggiando dal Cork al Donegal, con una fondamentale, irrinunciabile regola: “Mai oltrepassare un bar che porta il tuo nome senza fermarti a bere…”

La mia recensione

Irlanda è sinonimo di verde, di trifoglio e di arpa celtica. Ma Pete McCarthy, inglese di origini irlandesi, è tornato qui non tanto per seguire percorsi turistici omologati, bensì per riscoprire le proprie radici. Il suo percorso è dettato dalla voglia di rivedere luoghi visitati con la madre (irlandese) da bambino; tuttavia si accorgerà subito che tutto è cambiato e non si tratta più dell’Irlanda che aveva conosciuto.

Abbiamo guidato attraverso i paesaggi più favolosi dell’Irlanda, costeggiando ruscelli dalle acque argentate e attraversando vallate aspre e deserte. […] Il sole faceva capolino da dietro le nuvole, alternando un costante gioco di chiaroscuri sui versanti delle colline e creando  un meraviglioso scenario, tipico dell’Irlanda occidentale, quando non piove a catinelle

Pete si dedica, durante il suo viaggio, alla scoperta delle zone meno battute. Non la solita Dublino e dintorni ma un Paese diverso e più lontano dalle città più famose. Andrà alla scoperta di bar e pub nascosti e semi-sconosciuti, il tutti accomunati dal nome: “McCarthy”. Viaggiando scoprirà che questo cognome è assai diffuso in Irlanda. Il suo itinerario è libero da scadenze e restrizioni e proprio per questo il suo diario di viaggio risulta più autentico. I posti che visita sono tranquilli, senza troppi turisti a rovinare l’atmosfera. L’autore, con il suo acutissimo spirito d’osservazione, si siede al tavolino dei vari bar ed osserva la gente, legge quotidiani, parla con gli irlandesi e rimane affascinato dalle loro tradizioni, usi, costumi e quell’innato modo così particolare di familiarizzare che possiedono.

L’immagine che emerge da queste pagine è quella di un’Irlanda diversa, più “rustica”, rurale; fatta di pub sperduti nelle campagne irlandesi, nei quali non solo si può bere una pinta di Guinness in allegria, ma si può anche trovare nello stesso posto anche un calzolaio, un pastore o semplicemente un nuovo amico con il quale chiacchierare in allegria. I personaggi che incontra Pete durante il suo cammino sono particolarmente eccentrici e stravaganti: vecchiette al volante che corrono come pirati della strada facendo gestacci, preti sposati, baristi curiosi e logorroici, contadini strampalati.

Gli irlandesi sono molto bravi a infrangere le regole che le varie società hanno istituito al loro interno. Così, anziché ordinare qualcosa o farsi servire, si ottiene un contatto umano dall’altra parte del bancone

Per chi, come me, non è mai stato in Irlanda è impossibile non rimanere incantati attraverso le descrizioni di paesaggi e spazi verdi davvero incantevoli. Personalmente sono rimasta anche sorpresa dal leggere l’apertura e l’ospitalità del popolo irlandese. McCarthy li descrive come gente alla mano, dalla loquacità esuberante e dai modi festosi e senza fronzoli. Così come descrive i pub come luoghi ricreativi nei quali la Guinness non è la vera protagonista bensì fa solo da “collante”.

Mai sottovalutare la capacità dell’Irlanda di assorbire i suoi visitatori. […] I paesaggi ti conquistano con l’avvolgente abbraccio dei loro campi verdi e rigogliosi, simili a onde che si distendono fino al mare

Il tutto è descritto con uno stile spassoso, divertente, dal classico “British humor”. Le descrizioni sono minuziose e talvolta un po’ monotone ma le battutine di McCarthy ed i suoi pensieri “ad alta voce” su tutto ciò che incontra, fanno sì che la lettura sia piacevole. Capita spesso, durante la lettura, di ridere a crepapelle su alcune battute dell’autore (attenzione, quindi, se siete pendolari il rischio è che gli altri passeggeri vi prendano per matta/o!). Così, tra leggende e birre, antichi siti celtici e musei a cielo aperto, Pete McCarthy ci accompagna in un viaggio fatto per lo più di contatti umani in contrapposizione al viaggio solitario, di monologhi mentali e lunghe conversazioni con gli irlandesi. L’autore riesce, attraverso questo suo personale “road movie“, a superare la sua “crisi” d’identità anglo-irlandese.

Che cosa esportano dall’Irlanda? Da che cosa è attratta la gente? Da James Joyce e da Oscar Wilde? Da Van Morrison o dagli U2? Dall’immagine di perdenti, con cui amano identificarsi o dallo spirito di avventura e di ribellione?

Il romanzo, pubblicato nel 2003 da Guanda Editore, risulta attualmente fuori catalogo, ma il 31 ottobre 2014 è prevista l’uscita della nuova pubblicazione del romanzo con TEA Editore. Quindi non avete scuse. Leggetelo e fatemi sapere se siete riusciti a farvi due risate!

Vi lascio con un’ipotetica colonna sonora del romanzo: Van Morrison.

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Recensione: Un gaijin in Giappone di Marco Frullanti

Ciao a tutti amici dell’angolino! Oggi chiamo a rapporto tutti gli amanti del Giappone per presentarvi il diario di viaggio di Marco Frullanti, appassionato di manga e videogiochi giapponesi. Una visione alternativa del solito Sol Levante. Buona lettura!

Titolo : Un Gaijin in Giappone

Autore :  Marco “Frullo” Frullanti

Casa editrice :  Nativi Digitali Edizioni

Pagine :  110

Prezzo :   2,99 € eBook (su Amazon)

Trama: Con la scusa di andare a trovare i suoi amici giapponesi, Marco parte per il suo viaggio tra Osaka e Kumamoto, con la missione di scoprire di più su quel bizzarro arcipelago che tanto lo ha affascinato.Da questa esperienza nasce questo libro, con l’obiettivo di trarre un bilancio da quel viaggio tra templi buddisti, sale giochi, onsen, karaoke e ramen, e di rispondere alle domande che assillavano il nostro eroe: cos’è è il Giappone contemporaneo e chi diavolo sono i giapponesi di oggi?

La mia recensione Jap - L'angolino di Ale

La cultura giapponese: questa strana sconosciuta. L’autore di questo libro ha voluto darci una sua visione della cultura contemporanea del Sol Levante.

Questo testo di Marco Frullanti non è una guida turistica, quindi non aspettatevi descrizioni di monumenti o dettagli sui luoghi turistici più conosciuti e di maggiore interesse. Si tratta piuttosto di un diario di viaggio nel quale, giorno per giorno, l’autore annota le proprie impressioni su ciò che sta vivendo in questa sua esperienza di viaggio. Il tutto è raccontato quindi da un punto di vista strettamente personale.

Si parte dall’arrivo spaesato all’aeroporto di Osaka, passando per Umeda, Itami, Kyoto e tante altre tappe, le quali hanno conquistato l’autore (ed il bambino che è ancora in lui). Dato che anch’io sono una “tizia stramba fissata per la cultura nipponica“, credo che sia impossibile non rimanere incantati da un Paese così eccentrico e garbato al tempo stesso. Ciò che si ama del Giappone è proprio la sua eterogeneità: quel modo, tutto suo, di fondere modernità e storia.

Ho apprezzato il non voler “sparare” sentenze, ma il descrivere concretamente una cultura molto distante dalla nostra. Frullanti racconta con il giusto distacco ciò che è diverso, vivendo ed assaporando appieno tutto ciò che il Giappone gli ha offerto. Con (ir)riverenza e rispetto, racconta la propria esperienza descrivendo il suo itinerario passo dopo passo; dopotutto sa di essere un “gaijin” (uno straniero) in questa terra così “cortesemente inospitale”. Ciò che emerge dal suo racconto, infatti, è questa accoglienza impeccabile del popolo nipponico, questi modi estremamente gentili e raffinati che celano, però, un freddo distacco nei confronti dei “visitatori” del loro Paese. Questa imperturbabilità è indubbiamente frutto di una cultura fondamentalmente chiusa, che tenta di approcciarsi allo straniero ma che trova ostacoli nascosti che vanno ben oltre la barriera linguistica.

“I giapponesi ci trattano come noi trattiamo i bambini, guardandoci con sorrisoni di circostanza”

Il Paese dei contrasti irresistibili, della tecnologia iperavanzata, di luci al neon ed affabili inchini regala tanto a chi desidera rifarsi gli occhi ma tiene strettamente per sé tutto il meglio (per paura, forse, che quel meraviglioso “giardino zen” che è il Giappone, venga deturpato dallo sguardo insolente e sgarbato dello straniero); così come nasconde anche alcuni segreti inconfessabili, nascosti sotto un kimono inamidato e senza piega.

“Il Giappone è accogliente, sì, ma mica troppo, non ti fa mai sentire veramente a casa ed ha troppi aspetti inquietanti […] I giapponesi sono un popolo interessante che merita di essere conosciuto oltre i soliti stereotipi”

Talvolta l’autore utilizza un linguaggio un po’ troppo, diciamo, “colorito” (ma questa è una mia osservazione del tutto personale) probabilmente per colpa dell’entusiasmo e del trasporto con il quale racconta il viaggio, certamente ricco di forti emozioni. Molto interessanti i brevi consigli proposti per visitare questo Paese (il quale di per sé non è molto a buon mercato) spendendo poco per volo/hotel/escursioni/ecc. Effettivamente, con piccoli e semplici accorgimenti, è possibile visitare la terra dei samurai senza dover fare un mutuo.

Marco Frullanti ci racconta quindi, in modo assolutamente informale ed amichevole, il suo viaggio. La sua “esplorazione” va dagli intrattenimenti ai mezzi di trasporto, dagli onsen (le terme giapponesi) ai konbini (minimarket aperti a qualunque ora), dalla cucina alla sperimentazione dell’estrema cortesia ed efficienza di “Nippolandia” (come lo definisce lui da buon amante di manga, anime, otaku e videogiochi).

Con fare sarcastico e disincantato, il “Bill Bryson nostrano” fa confronti (Osaka vs Tokyo), testa la tecnologia nipponica (come dimenticare i WC futuristici giapponesi?) e si lascia incuriosire dalle mille attrazioni, dagli sguardi, dai gusti. Il tutto è, ovviamente, narrato dal punto di vista maschile. Sarebbe interessante riscrivere lo stesso diario da un punto di vista femminile (chissà che un giorno la signora “Frulla” non decida di cimentarsi!).

Ironico, pungente e scherzoso, “Un Gaijin in Giappone” è una lettura piuttosto divertente, adatta a chi desidera vivere in spensieratezza, attraverso gli occhi dell’autore, un’esperienza di viaggio fuori dai soliti schemi, in un Paese che sa sempre affascinare anche i più scettici.

L'autore Jap - L'angolino di Ale

Marco Frullanti, detto “Frullo”, si occupa di gestione editoriale ed attività di marketing per la sua casa editrice Nativi Digitali, dedicata esclusivamente alla pubblicazione di opere in eBook. Appassionato di libri, videogiochi e musica ha raccontato questa sua ultima passione nel suo primo eBook: “Anni ’90 – Dagli 883 a Carmageddon” (Nativi Digitali Edizioni). Trovate qui la sua pagina Facebook e qui il suo contatto Twitter. Potete scaricare qui un estratto gratuito di “Un Gaijin in Giappone“.

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Un anno. Un viaggio. Una leggenda.

Amici miei, un anno fa a quest’ora io ed il mio maritino ci stavamo per sposare! Ecco qui il post con il quale vi annunciavo il lieto evento! È già trascorso un anno da quel giorno ma custodisco dei bellissimi ricordi di quella giornata ed anche del viaggio di nozze. Oggi vorrei rendervi partecipi di questo primo anniversario attraverso il racconto di questo splendido viaggio fatto insieme in un paradiso chiamato Polinesia Francese. Ma non starò a raccontarvi delle bellezze naturalistiche (marine e terrestri) o del lunghissimo viaggio in aereo. Anche perché potrei raccontarvi dei meravigliosi pesci colorati, dei cieli stellati mozzafiato (mai viste stelle così grandi e vicine), delle acque cristalline e dei sorrisi semplici e sinceri della gente del luogo.

Matrimonio

Ma vorrei raccontarvi il nostro viaggio di nozze attraverso le immagini ed una leggenda. Tutte le sere, infatti, una graziosa donnina polinesiana veniva in camera nostra a darci la buona notte portandoci delle bottigliette d’acqua fresca ed un cartoncino con una leggenda scritta in francese (con traduzione in inglese a fronte). Una diversa ogni sera. Io, diligentemente, la leggevo e la conservavo tra le mie cose (così come le belle collanine di conchiglie che ci sono state regalate, come da tradizione polinesiana, come buona fortuna prima della partenza).

Leggende polinesiane

Ho letto la leggenda del Puhiri (ossia quella legata al grande guerriero emerso dalle acque), la leggenda di Taparii (legata alla custodia del Mana di Bora Bora. “Mana” significa forza, energia positiva) oppure la leggenda di Maraurau (risalente alla cultura Maori e alle origini del nome dell’atollo di Manihi, isola dell’arcipelago delle Tuamotu) e molte altre.

Oggi ve ne racconterò una (vi prego di non fare caso alla mia traduzione) :

La leggenda della perla nera

Tra le tante leggende, ho scelto proprio questa perché la perla nera è un simbolo tipico della Polinesia Francese ma anche, e soprattutto, perché questa leggenda affianca l’elemento della perla nera all’amore eterno ❤ ed in questa giornata voglio sperare che sia proprio così.

Leggenda perla nera

Non c’era un filo di vento per miglia. Sul fondale giaceva un letto di ostriche. Improvvisamente, questa calma venne infranta dai forti colpi di pagaia di Tuamanu, figlio del Dio della Pioggia, ed anche dal rumore delle acque mosse dal giovane, tuffatosi in cerca del suo premio. Egli si avvicino al letto di ostriche, ruppe tre conchiglie e risalì rapidamente verso la superficie. Scosse la testa dando origine, attraverso gli spruzzi di goccioline, ad un magnifico arcobaleno.  Tuamanu tese la mano verso la bellissima ragazza seduta nella canoa. Lei era Maia, figlia del proprietario dell’isola. Ella prese il dono con un timido sorriso ed esaminò premurosamente l’interno della prima ostrica, nel quale trovò una superba perla color argento.

«Guarda, Tua» disse lei «È magnifica!»

«Sì, è vero ma mia madre, la Dea delle Nubi, ne ha molte altre uguali a quella nella sua collana. Apri un’altra conchiglia» disse Tuamanu.

Maia ci provò, cercando pazientemente di aprire l’altra preziosa madreperla, nella quale trovò una grande e bianchissima perla, delle dimensioni di una noce di macadamia. Scoppiò a ridere e disse :

«Tua, questa è più grande e brillante rispetto alla prima!»

«È vero ma non è ancora la perla che cercavo. Prova con la terza» rispose Tuamanu, pieno di speranza.

Maia la prese, la guardò in silenzio, e cercò di aprirla con cautela per non rovinarla. La sua mano si posò su un’enorme perla nera con alcune sfumature di verde.

«Hurrà! Lo sapevo!» esclamò Tua. Pazzo di gioia, balzò così selvaggiamente nella canoa che quest’ultima si rovesciò ed entrambi si ritrovarono in acqua. «Non farla cadere», gridò Tua.

Ridendo, Maia aprì la sua mano per mostrare la perla nera, grande quasi quanto un uovo e perfettamente modellata. Scintillava di tutti i colori dell’arcobaleno.

«Custodiscila gelosamente» disse Tua «e pensa a me ogni volta che la vedrai illuminata con tutti i colori dell’arcobaleno». Dopo queste parole, la baciò e scomparve. Maia lo cercò ansiosamente ma non lo trovò. Guardò, allora, la sua grandissima perla e vide al suo interno il volto raggiante di Tua, irradiato di cangianti riflessi di luce delicata. 

Maia sorrise confortata dal fatto che ogni volta che poserà il suo sguardo sulla perla nera, ritroverà Tua nei colori sfavillanti dell’arcobaleno

Trovo che questa leggenda, nella sua semplicità, racchiuda il significato di un amore eterno: quello di Maia nei confronti di Tua e quello dell’ostrica, la quale per proteggere il suo “cuore ferito” da un granello di sabbia, produce continuamente madreperla, fino a formarne le rotondità che tutti conosciamo.

Per oggi vi saluto e vi auguro di trovare (o di conservare) anche voi il vostro “amour éternel“.

A presto e Maururu (=grazie!)

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Recensione: Il meglio deve ancora venire di Chiara Ruggiero

Editore :  Arduino Sacco Editore

Anno di pubblicazione : 2012

Quest’opera è il resoconto di una giovane coppia che decide di associarsi al W.W.O.O.F. (World Wide Opportunities Organic Farm), un’organizzazione di volontariato che permette alle fattorie associate di ottenere aiuto ed entusiasmo, in cambio di vitto e alloggio da parte di chiunque voglia concedersi un po’ di sano relax in campagna stimolato dal bisogno di creare conoscenza e interesse verso uno stile di vita biologico e biodinamico.


La mia recensione “IL VIAGGIO: UN’ESPERIENZA DI VITA”

Un libro che si inizia ad assaporare sin dal titolo “Il meglio deve ancora venire” : un inno all’ottimismo e ai sogni chiusi nel cassetto, lì pronti da realizzare. Il sogno di Sara, la protagonista del libro, è quello di viaggiare, di effettuare nuove scoperte. Ma a volte il suo pessimismo innato ed il suo animo calcolatore non le permettono di lasciarsi andare. Accanto a lei però c’è il suo amore, Lorenzo, un ragazzo continuamente stimolato dalle novità, un inguaribile ottimista, instancabile cercatore e fonte inesauribile di idee. Insieme decidono di partire per il Regno Unito, da sempre considerata una meta “giovane”, adatta come tappa per la propria crescita personale. Decidono di associarsi al W.W.O.O.F (World Wide Opportunities Organic Farm) un’organizzazione di volontariato che prevede la permanenza presso una fattoria inglese in cambio di un impegno giornaliero con le attività di coltivazione e non solo. Questa nuova esperienza è certamente un modo per Sara di superare le proprie paure, trovando dentro di sé il coraggio per “abbattere” gli ostacoli .

Chi nella propria vita ha compiuto almeno un viaggio (lungo o breve che sia) sa perfettamente che dalla pianificazione fino al ritorno ci sono mille imprevisti da superare. Infondo il viaggio può essere considerato una metafora della vita, fatta di attese, corse, problemi da risolvere e “labirinti” tra i quali districarsi. I temi trattati sono più che mai attuali. Infatti nel corso del libro vi è una descrizione attenta delle peculiarità del popolo britannico nella sua compostezza, in contrapposizione con gli italiani, sempre pronti a lamentarsi. Viene illustrato un quadro (tristemente reale) dell’italiano : criticone, incline alla protesta fine a sé stessa, dalla quale, il più delle volte, non nasce nulla, finendo per generare solo malcontento. Attraverso questo racconto di viaggio, con uno stile piacevole e scorrevole, Chiara Ruggiero fa emergere alcuni spunti costruttivi per risanare il nostro Bel Paese, spinto alla deriva da scelte e pensieri sbagliati. Sebbene il pensiero del futuro sia oggi nebuloso e senza certezze, tra le righe si percepisce chiaramente un forte entusiasmo costruttivo.

Durante il racconto emerge la necessità di bloccare il consumismo “ a tutti i costi” per privilegiare una vita fatta di emozioni, nella quale poter trovare (o ritrovare) un piccolo spazio per i propri desideri. Si tratta di quelle stesse emozioni che ti porti dietro al termine di un viaggio. Quest’ultimo rappresenta un’esperienza unica che permette di creare dei termini di paragone, di analizzare con più consapevolezza i punti di forza e di debolezza di sé stessi e del proprio Paese. Le emozioni ed i ricordi lasciati da un viaggio sono unici e Chiara Ruggiero ha saputo condensarle in questo libro, da leggere con calma, per assaporarne ogni singolo capitolo, il quale rappresenta il “souvenir” di una grande esperienza di vita.


Questa mia recensione è stata pubblicata su QLibri

Vi segnalo anche il sito dell’autrice Chiara Ruggiero :  http://www.librofilia.it/